Testi Critici
L’IDIOLETTO PITTORICO DI MUSANTE
Esiste una linea fantastica nella pittura del Novecento che si snoda per il tutto il secolo e che marcia in parallelo con la miriade di esperienze “altre” interne ed esterne all’utilizzo di questo mezzo. Esistono artisti che hanno scelto non già di “scartare” il reale dalle loro analisi ma di trasfigurarlo in una poetica di sospensione dal tempo e dallo spazio, di non sottoposto all’immediata contingenza, di proporlo in una condizione “oltre” che muova sincronicamente appunto l’ambito del reale e quello del fantastico.
Francesco Musante è infatti un pittore non realistico che però si esprime attraverso le immagini (nel suo caso proprio di figure si tratta).
Osservando le opere che ne hanno segnato il percorso si evidenziano subito due fatti, Innanzitutto la decisa coerenza e consequenzialità del suo procedere e subito dopo il trovarsi perfettamente a suo agio in questo linea della contemporaneità. Va però precisato che non si tratta di pittura surreale, anacronista, citazionista, deliberatamente fuori moda: è invece un sistema assi più complesso che mette insieme ispirazioni ed intenzioni le più diverse, addirittura contraddittorie. Immagini l’opera di Musante al centro di un quadrilatero ai cui vertici porre i nomi di Depero, Chagall, Klee e Dubuffet (e già vi potete accorgere delle evidenti differenze che intercorrono tra loro:
Per Depero cogliamo l’aspetto iperdecorativo, illustrativo insito nella sua accezione di Futurismo (il secondo Futurismo dei maturi anni Trenta), una tensione avanguardista eppure legata alla necessità di comunicazione immediata –gli omini pre-tecnologici dell’artista di Rovereto accanto ai maghi e ai poeti vestiti di rosso di Musante.
Da Chagall è invece fatto derivare tutto l’universo più favolistico di una pittura popolare molto colta che ama raccontare e raccontarsi, una pittura che affonda le radici nei suoi luoghi d’origine ma che si propone in quanto testo visivo letterario adatto a qualsiasi tipo di pubblico.
E se di Klee Musante coglie la grafia, il segno sintetico, talora criptico ed orientaleggiante, è con Dubuffet (artista cronologicamente a noi più vicino) che scopriamo interessanti paralleli. Pur lavorando infatti in un ambito informale, e dunque per la quasi totalità segnico, gestuale e comunque aniconico, Dubuffet ricerca una dimensione pittorica che sappia rendere un forte valore simbolico, immediato, persino ingenuo; un’Art Brut semplice come la potrebbe fare un bambino o un pazzo, narrativa, teatrale, un lavoro ciclico e seriale con personaggi e luoghi attraverso cui creare familiarità al pubblico. Anche Musante lavora per cicli, organizza storie in episodi: quelli che in Francia erano Macadam, Philoblus et c. (che straordinari nomi circensi) sono oggi Frizzi & Frazzi nella città di Mirabilia (forse il prosieguo di una città invisibile di calviniana memoria).
Si è scelto padri nobili e non comuni il nostro Musante, ma c’è di più; c’è altrettanta continuità con quello che potremmo chiamare il fantastico italiano, presente in diverse stagioni e in diversi momenti del secolo prossimo a finire, un percorso che attraverso il realismo Magico e la Metafisica, tocca il futurismo e si ripropone negli anni Cinquanta con il Surrealismo rivisitato che tanto amava Luigi Carluccio, ma soprattutto si esprime in maniera quantitativamente e qualitativamente più significativa nella traduzione italiana del Pop a partire dalla fine degli anni Sessanta e per buona parte dei Settanta, anche se quei decenni parlano soprattutto le lingue minimali e concettuali,. Resta il fatto che proprio da quell’ambito si è sviluppata una possibile linea di ricerca parallela alla pittura italiana, legata ad altri fatti della cultura di cui parleremo dopo, che ha visto l’affermarsi di differenti artisti per diverse temperature. Penso da una parte al colorismo di Tadini, non a caso oltre che pittore, scrittore, critico intellettuale a tutto tondo, e dall’altra a Baj e alla sua trasfigurazione dell’avanguardia in un langue popolaresca al limite della naiveté; da una parte a Nespolo e al suo segno invasivo nell’ambito di una comunicazione sempre più allargata dell’arte, e dall’altra al naturalismo in chiave pop e surreale di Possenti.. Come pure negli anni Ottanta, da una parte alcune espressioni ludiche nell’ambito dei cosiddetti “”Nuovi nuovi”, la proposizione barilliana alternativa soft all’espressionismo transavanguardista, e in particolare i quadri di Bruno Donzelli, mentre dall’altra la pittura installativa dei Nuovi Futuristi e di Marco Lodola, sul versante high tech ma pur sempre di ispirazione pop.
Francesco Musante opera in questa linea pittorica con tutta una serie di varianti che ne rendono il lavoro personalissimo ed attuale: il tratto illustrativo e favolistica reso con colori acidi e contemporanei, la grafia nervosa ed asciutta che mira alla sintesi, la descrizione dettagliata che riempie tutti gli spazi del quadro, la coabitazione sul medesimo supporto di vari momenti, la riscoperta delle radici popolari e il solido ancoraggio al proprio patrimonio culturale senza spingere però sul tasto dello Strapaese.
In particolare è dalla seconda metà degli anni Ottanta che il lavoro di Musante si è precisato e insieme arricchito: precisato perché si è assestato su una linea molto riconoscibile e coerente; arricchito perché ha assunto una miriade di particolari e una preziosità di materia pittorica proprio evidente. Ma ciò che mi fa risultare stimolante la lettura di Musante oggi (e focalizza l’attenzione non più sul personaggio così simpatico e affascinate, dal suo favoloso eremo spezzino, ma sul pittore e sul suo lavoro) è un impatto estroflesso, un impatto che colga la pittura in quanto parte di una più complessa fenomenologia intellettuale. L’aggancio mi viene dal mondo della letteratura e dall’osservazione che, in un’epoca di azzeramento linguistico, di abbattimento dei confini, di (folli) unificazioni idiomatiche, l’unica strada percorribile, la grande chance di questi anni è la creazione di nuovi idioletti , lingue parzialmente reali e in altra parte inventate che riflettano la coabitazione di mondi e punti di vista diversi, dell’arcaismo come dell’high tech, del dialetto come dello slang giovanile, del latino o del volgare come dell’anglismo ecc…Non è vero quindi che l’era cybertecnologica uniforma, anzi ci sono mille possibilità di recuperare forme lontane e di utilizzarne di altrettante nuove o inventate attraverso un uso creativo e conoscitivo della macchina.
L’dioletto pittorico di Francesco Musante si fonde molto bene con la letteratura, in particolare risulta legato a quella dell’Italia del Nord che mostra indubbiamente climi e temperature diversi che in altre regioni. Il lavoro di Musante è duplice: sulle atmosfere e sulla lingua. Se per le atmosfere la sua pittura si snoda idealmente attraverso il Celati delle Avventure di Guizzardi, il Calvino delle Città Invisibili, il Cavazzoni del Poema dei lunatici, con la lingua (e quanto spazio ha infatti la parola scritta, vero e proprio corollario e didascalia delle sue immagini) Musante fa un lavoro molto simile a quello di Dario Fo, con il “gramelot” un po’ vero e un po’ no del Mistero Buffo:teatro – pittura del vilain, personaggio che dice la verità come i vari alterego dei quadri del nostro Musante. Sta qui l’ispirazione “padana” nelle sue più recenti opere, in particolare nel ciclo di quadri qui riprodotto. Musante studia le radici culturali della Bassa e le trasforma in un idioletto veloce e contaminato, figlio insieme della parlata locale e del computer, delle usanze popolari e della cultura pop. Delle favole di paese e della storia dell’arte….Il lago di Como e il risotto alla milanese, la poesia futurista e il Torrazzo di Cremona, il pittore madonnaro e il violino Stradivari, un dejeneur sur l’herbe e un sogno marinettiano…
Luca Beatrice
Curatore padiglione Italia Biennale di Venezia
Francesco Musante. L’argonauta innamorato
Molti scrittori famosi si sono dedicati al racconto di viaggi in mondi favolosi e fiabeschi rivolti principalmente a stimolare la fantasia e il divertimento dei piccoli lettori, ma destinati anche ai grandi affinché non dimentichino mai di essere stati bambini e per sollecitarli a conservare la capacità di vedere le cose con gli occhi meravigliati del fanciullo.
Anche gli artisti, attraverso la raffigurazione di luoghi e personaggi fantastici, ci inducono ad aprire la mente, ad oltrepassare il confine tra la realtà e la favola, per trovare, proprio tra gli scenari dell’immaginario, molteplici similitudini con il quotidiano vissuto. La fiaba, come la raffigurazione fantastica, diventa un semplice mezzo espressivo per raccontare ciò che più è autentico e che spesso si dimentica con la nostra crescita e maturazione.
Per artisti come Francesco Musante, spesso, basta una semplice circostanza, uno spunto, un flashback o uno stato d’animo particolare per far scattare un meccanismo mentale che lo induce a iniziare un racconto fantastico con un preciso punto di partenza, ma quasi mai con un finale prevedibile. Il pittore spezzino potrebbe essere paragonato al pilota Antoine, lo stesso scrittore Antoine de Saint-Exupéry, che attraverso l’incontro con il giovane protagonista del libro Il Piccolo Principe e la descrizione dei suoi viaggi per insoliti pianeti, ci conduce alla riscoperta delle cose essenziali della vita. Così come lo scrittore francese, Musante è consapevole che gli adulti fanno di tutto per scoraggiare la fantasia e la creatività dei bambini, cercando di trasmettere modelli che rendono asettica la vera natura di chi deve crescere.
Ragazze volanti con il cuore in mano che rincorrono nuvole colorate, figure maschili che, incredule e meravigliate, si proiettano in acrobazie per sfuggire a una meravigliosa pioggia di cuori colorati. In certi casi un filo sospeso non trasfigura semplicemente una prova d’abilità legata all’equilibrio, ma diventa simbolo di divisione tra dimensioni differenti, tra stati diversi, tra finito e infinito, tra giorno e notte, tra realtà e favola, tra vita vissuta e vita auspicata. Ecco che i sottili cuori, che sembrano scendere dal cielo con la levità della purezza, si trasformano in simbolo di quell’amore universale in grado di contaminare ogni cosa, di cambiare le sorti del mondo e di sovvertire gli animi delle persone che, almeno all’apparenza, sembrano lontane dal calore della luce del sole.
Realtà, fantasia, non-sense, mistero, intrigo, frammenti memoriali sono uniti a parti ideali che il nostro artista raccoglie nel proscenio di un teatro dalla quinta quantomeno suggestiva ed evocativa. Per riconquistare spontaneità e naturalezza è necessario scavare e cercare nel proprio cuore: Musante, come un piccolo argonauta, intraprende innumerevoli viaggi fantastici, ma anche se descrive mondi più affini al bambino che all’adulto, è proprio ai fruitori maturi che vuole comunicare.
Nel suo racconto, Antoine descrive gli adulti come amanti delle cifre, dell’effimero e dell’apparenza, poco attenti al profondo ed all’intimo, mentre eleva i bambini a persone comprensive, mature a tal punto da giustificare il modo di essere e di pensare dell'adulto stesso, ma ancora così pure da dimostrare senza filtri i propri sentimenti. È attraverso un linguaggio semplice, essenziale, diretto e, in certi casi, primordiale che il pittore riesce a descrivere la vera natura umana, la necessità di abbandonarsi alle emozioni e alle passioni. Attraverso i suoi lavori, Musante cerca di far tornare bambina la stessa umanità, tenta di tirare fuori il fanciullino che c’è dentro ognuno di noi per obbligarci a toglierci quell’armatura e quelle maschere che hanno contaminato, nel corso degli anni, quella purezza d’animo appannaggio dei bambini.
Il protagonista delle sue opere, un elegante personaggio con una tuba particolare, è in perenne migrare, di solito fluttuante nel cielo stellato, a cavallo di un treno, su una nave o occupato in qualche acrobazia, spesso sospeso in aria, ma pur sempre intento a rincorrere l’amore o a farsi travolgere dal sentimento. Tra visionarietà e lucida illusione, tra storia autobiografica e fantasia, nelle sue opere viene narrata la necessità umana di creare un legame, un rapporto sentimentale a cui concedersi liberamente. Musante vive in pieno la spontaneità dei propri sogni e la fantasia irrazionale delle proprie composizioni, ma al tempo stesso ha coscienza delle proprie intenzioni attuando all’interno del processo creativo una personale organizzazione. Ecco che l’artista, come la volpe che incontra il Piccolo Principe nel racconto di de Saint-Exupéry, ci invita ad amare, senza fermarsi alle apparenze, scoprendo che in ognuno c’è qualcosa di invisibile che è più importante di quello che appare in superficie.
Può capitare che un viaggio nella fantasia o un vera esplorazione possa essere utile per capire il valore delle persone che amiamo, allontanarci mentalmente o fisicamente porta a riflettere ed apprezzare i lati più belli delle persone amate ed a saper accettare anche ciò che meno ci piace. Un affetto sincero accetta incondizionatamente l’amato così com'è senza volerlo cambiare. Il viaggio che Musante fa intraprendere ai suoi personaggi, nonostante sia descritto come un’escursione magica, ha finalità istruttive: ricercare l’amore o ritrovare la passione. Ogni sua opera potrebbe essere considerata come il luogo dove i desideri prendono forma: il pittore ci invita a preservare, rimanendo noi stessi, la nostra capacità di sognare e di usare la fantasia per creare un qualcosa di veramente concreto e stupefacente.
Se è vero quello che Antoine de Saint-Exupéry afferma nella sua favola “non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi”, Musante riesce a dar forma al sentimento. In fondo, su uno scenario favoloso, l’artista dipinge quanto di più reale e ricercato ci sia: l’amore, il vero senso per cui vivere, il reale motivo per cui sognare e continuare a cercare.
Maurizio Vanni
Museologo, Critico e Storico dell’arte
Direttore del Museo Lucca Center of Contemporary Ar
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Sogni sciagurati e sciammannati, il fantasticario di Musante |
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[/sogno diventa la scusa per dipingere o scrivere non importa che, pure i capolavori. Romi |
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Nel dipinti di Francesco Musante compaiono presumibili ingenuità: sono tra le peggiori perfidie che un pittore possa perpetrare (ricordiamolo, secondo l'accezione leonardesca la pittura è arte dell'inganno) nei confronti di chi si lasci cadere nella trappola della compiacente accoglienza delle sue immagini, che ti rabboniscono mettendoti di buon animo, e togliendoti già dal primo approccio la giusta propensione al giudizio consapevole e alla critica meditata che chiunque sia dotato di normale buon senso sente dover praticare nei confronti di un'immagine dipinta. È l'idea medesima di buon senso, il suo stesso concetto filosofico a esser mellifluamente scardinato e dolcemente deposto poiché osservando queste ingenuità ‑ per esempio il fumo di una ciminiera dipinto come fosse quello di una pipa ‑ ci si mette in pace rassicurati dall'ostentato "naifismo" oggettivo e si accetta gradevolmente il coinvolgimento in un percorso all'apparenza sorridente, e invece irto di sarcasmi, cattiverie, dispetti, capricci perversi e continui trabocchetti che attendono il credulo viaggiatore. I suoi dipinti sono circondati da scritte o corredati con didascalie dal tono estremamente laconico e tautologico le quali affermano quanto l'immagine rappresenta, come a voler rassicurare che, sì, chi guarda ha visto giustamente ciò che vi è rappresentato. È un'altra trappola subdola, poiché le pantomime descritte dal pittore sono invero del tutto folli e prive di significato. |
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Così siamo noi stessi ad attribuirne uno qualsiasi, indotti dalla nostra inconscia necessità di raccapezzarci in questo simpatico ed empatico spazio demenziale. Le scritte, di fatto, non spiegano nulla ma depistano l'osservazione dalla congruità deduttiva istigando all'interpretazione induttiva e conferendo un'idea presunta e competente a immagini del tutto fantasiose e incomprensibili, determinate alla rinfusa come un casuale deposito dell'immaginario onirico di Musante. Per giudicare quanto possa essere ingannevole l'adeguarsi al dettato di queste scritte che apparentemente integrano le immagini, basta considerare che da noi "metter il punto sull'I" significa specificare puntigliosamente, voler precisare a tutti i costi. Invece Musante sull'1 depone vezzosamente una stella tracciata infantilmente, logo che corrisponde per associazione simbolica al sogno. I sogni di Musante hanno notti serene con almeno una decina di mezzelune, sono popolate da pittori che si danno un gran daffare brandendo pennelli enormi come picche da torneo, camminando sul filo, levitando su sgargianti cuscini, passando da un'isola all'altra come calabroni di fiore in fiore, mentre funamboli trasognati esibiscono equilibrismi assurdi, i treni si arrampicano sugli alberi, concertisti sgangherati suonano strumenti silenziosi. Può capitare che tra questi personaggi s'intravvedano gli amanti volatari di Chagall, |
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quelli del suo primo periodo parigino. Le scritte spesso girano intorno al quadro perché nei sogni non c'è sopra e sotto, e tutti si può volare; i sogni non hanno né capo né coda se non per volonterosi psicanalisti; vale tutto e pure il contrario. E non agisce la forza di gravità. Questi quadri sembrano gli exvoto di un ironico stravagante salvato dalla propria fantasticheria efferata. Poche volte s'è visto un pittore servirsi delle proprie facoltà e delle ingannevoli qualità pittoriche in modo tanto perverso e presentate con l'aria più innocente. È bene non lasciarsi intricare di più: se applichiamola lettura delle scritte all'immagine, o viceversa, nascono altre storie che a loro volta si moltiplicano e ci si trova in una di queste notti stellate e tra le lune multiple a fluttuare tra gli omini in tuba, le sirene, le casette levitanti, dentro l'intrico delirante, nel labirinto a spirale senza un'uscita né un centro. Gli esperti sostengono che esista una psicopatologia del fantastico: se vogliamo fargli credito, essi sostengono che gli inquadramenti come le scritte con cui Musante circonda le sue fantasie figurate rispondono a un elementare e naturale bisogno di ornamentazione e segnalano la reazione difensiva dell'Io per sfuggire alla disgregazione e contenere il disordine. Facciamo torto all'artista se ci poniamo a esaminare il suo lavoro da simili punti di vista, però non sappiamo davvero esimerci dal cercare l'altra faccia della medaglia nella sua poetica, troppo semplice per essere come sembra. Ce ne avverte pure la calligrafia affatto innaturale, apparentemente infantile, irta puntuta e rigida, arricciata, dal vago goticismo e, come lascia intendere l'impianto grafico delle immagini, adombra l'ottimo incisore acquafortista che di solito s'accompagna all'eccellente disegnatore. Il disegno ha infatti un ruolo significativo |
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nell'opera di Francesco Musante, iniportanza accademica di tradizione toscana: disegnare poi colorare. Bisogna dirlo innanzitutto, eppoi pensarci, perché è difficile districarsi una poetica che si articola tra pittura e letteratura procedendo su un filo sottile come quello teso nelle notti musantiane percorse dagli omini armati d'enormi penn stilografiche. E facile comprendere come l'artista goda particolare stima presso i letterati. Ma bisogna precisare che il suo mezzo espressivo è la pittura. Mi sovvengo certi dipinti di Dino Buzzati, i finti exvoto de "I miracoli di Valmorel"‑ Della Domenica Assunta rapita da un pettirosso il mattino de nozze; oppure: Contessa Laura e contessina Morzia Bacigalupi inseguite dagli stessi; e ancora La Santa Rita debella l'angoscia già cronica, delle ore due di notte, nel famose dormitorio del pio riposario a Campodarsego A proposito delle pitture buzzattiane Enzo Carli insinuava che ingenerassero "il sospe di una incapacità dello scrittore a racconta certi fatti, a descrivere certe situazioni servendosi soltanto della penna". Non va invertito il concetto a carico di Musante il quale potrebbe esser creduto incapace a realizzare certe immagini servendosi soltanto della figurazione perché certi racconti che Buzzati ha saputo scrive come "IL veggente prende un granchio sulla data della propria morte" Musante li saprei dipingere senza trasgredire nulla di ciò che rende la pittura un linguaggio indipender e specifico. Avremmo un bel cercare nei s quadri qualche, anche piccolo, errore compositivo, alcuna. impropri età struttura il sovrappeso o lo squilibrio proporzional tra forma e colore, o un vuoto cromatico. Non se ne trovano. Del resto l'equilibrio è solo tema di contenuti ma pure di significati: ovunque ci sono fili tesi con funamboli in bilico: se agli antipodi "hanno i |
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piedi per terra" noi abbiamo "la testa per aria"? E pure il nostro destino, la vita, la fortuna, sono "appesi a un filo", e così via. Simili e altre infinite simbologie si possono evocare seguendo lo sguardo su queste immagini. La struttura formale è elementare, si può dire semplice, ma si tratta d'una precisa scelta in favore della sintesi a conferire deliberatamente quell'atmosfera incantata, prossima al naifismo, che attribuisce la magia, l'aura sognante, incantata, il fascino orfico, delle sue fantasie. La qualità tecnica è uno strumento che Musante usa con scaltrezza e perizia e, come ben sanno gl'intenditori, in pittura la vera abilità non si deve vedere: a controprova, se si cercano analogie e comparazioni per definire la qualità dell'impianto disegnativo, anche della qualità del segno, di Musante dobbiamo salire direttamente ai piani alti: da Depero, a Gentilini, a Folon, a Tadini, non certo ad artisti neoprimitivi.
A notte fonda il "Titanic" si allontana col gran pavese passando sotto un buffo aeroplano pilotato da Frank Sinatra che saluta Giuseppe Garibaldi annunciato da fuochi d'artificio mentre Cristoforo Colombo dorme in cima a un albero. Musante non ha dipinto ancora questo quadro, ma chi può dirlo? La sua vena fantastica e la capacità combinatoria tra le favole e i sogni precedentemente raffigurati gli permettono di trarne altri, all'infinito. Così è arrivato anche lui a produrre l'agiografia miracolistica di San Francesco da Vezzano, vescovo sconosciuto ai cristiani, alter‑ego del maestro pittore Francesco Giuseppe Schenone, alias Francesco Musante, sognatore di prodigi. I quadri diurni sono abbastanza rari, ma calorosi, più sereni, e riferiscono deragliamenti meno beffardi che in quelli notturni in cui le stelle |
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si sono via via trasformate in una sorta di nevischio argentato che avvolge tutto come i turbini nevosi nelle sfere di cristallo "ricordo di Forte" mentre i pittori, sempre più attivisti, coi loro pennelli chilometrici predispongono paradossali marchingegni articolati per sollevare una barca di carta. Come non lasciarsi attrarre, avviluppare da tanta perfidia ottimistica? Siamo nella favola o nel delirio? Ma il testo dell'opera di Musante è ben altro. Una omerica smitizzazione della prosopopea pittorica che è pure una demistificazione della "professionalità", del "mestiere", della "deontologia". Si tratta di un'azione iconoclasta e, come sono miscredenti coloro che hanno creduto, Musante può essere 1'antipittore perché sa la pittura, ne conosce i rituali e produce la sua come un giullare che protetto dal proprio diritto alla burla si permette di dire al proprio signore cose che ad altri non sarebbe concesso neppure accennare nel più arcigno consesso. Basta vedere come tratta argomentalmente il tema dei vizi capitali sfuggendo infallibilmente al mortifero e ripugnante pessimismo ‑ oggi così diffuso tra gli artisti che ha ispirato quasi tutti coloro che si siano posti simile soggetto. Si tratta di un'arguzia bieca e ridente che sarebbe molto piaciuta ai surrealisti proprio per l'evidente giocosa irriverenza che la ispira, travestita da pacioso buonismo. È pur vero che con santa ingenuità qualcuno scrive che la pittura di Musante è semplice e, persino, di facile lettura. La trappola ha funzionato anche coi critici. Funziona tanto bene che l'efferato tradimento concettuale antipittorico, selvaggiamente anticulturale non viene percepito. Invece, avendo alle spalle una complessa vicenda figurativa, egli esplica procedure tecniche raffinate, usando sovrapposizioni di acquarelli e acrilici, un |
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mixage abile dei mezzi tradizionali e moderni, disciolti sopra supporti coscienziosamente preparati per ottenere un giusto aggrappo, e sfruttando sapientemente le trasparenti e liquide qualità dei materiali prediletti, il che serve solo a rendere davvero pervicace la sua scellerata rappresentazione di sciammannate perversioni pittoricamente ineccepibili e frutto d'una logorrea immaginativa inarrestabile. È un arruffo narrativo fantastico che può trovare paragone, tra i pittori, solo con quello di Antonio Possenti. Dunque, per capire davvero, occorre porsi guardingamente attenti a quanto suggerisce la nuda esegesi contenutistica. Allora si può trarre giudizio da vari elementi costitutivi delle immagini musantiane e, prima di tutto, dalla determinazione della sua idea di spazio che è subdolamente determinata similmente a quella inconsapevole delineata nelle pitture dei naifs. Non vi sono profondità prospettiche, né un'idea di "vicino" o "lontano". Tutto quanto, figure edifici mare terra orizzonti e isole e boschi e cieli, personaggi ideali o pedestri, tutto quanto ha la stessa definizione netta, tutto è a fuoco e poggia su un solo piano verticale come fossero osservazioni di un visionario monocolo. Né si denotano punti di vista privilegiati o angolazioni inusitate: tutto è offerto con esibizione frontale. Naturalmente questa semplificazione è voluta per ottenere immediata attenzione e implica che l'osservatore superficiale deponga ogni prudenza critica e si lasci attrarre dall'incanto di questo esibito candore così come i fiori attraggono col profumo o col colore gl'insetti destinati ad esportare i loro pollini, ma sappiamo come in natura i profumi e i colori abbiano finalità ben più elevate di un semplice godimento sensuale. Così è la pittura di Musante, tutto vi appare |
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semplice, facile, gradevole: come abbiamo visto, invece, essa ha raggiunto la propria sintesi. I messaggi artistici davvero complessi e completi possono godersi a vari livelli percettivi. Le pellicole di Charlie Chaplin fanno ridere e sorridere le persone semplici mentre inducono a meditare seriamente chi ha pensiero profondo e capacità ricettive più elevate. Ho citato esemplarmente Charlot per deliberata intenzione. Anche Francesco Musante, a modo suo, si propone come un clown della pittura ma solo i più semplici tra gli estimatori possono limitarsi a passeggiare scanzonatamente tra gli spazi dei suoi dipinti, altrimenti si deve percepire altro. Credo che il pittore, ironico e sarcastico com'è, non intenda soltanto affidare all'immagine una delirante fantasticheria orfica di storie paradossali e inverosimili; credo invero che tale sia piuttosto il suo modo d'interloquire con questo nostro modo di vivere, con questo nostro mondo che, come diciamo tutti, è davvero un manicomio, segnalando con questo detto comune un disagio crescente, neppure drammatico, e la tollerante disapprovazione, talvolta ridente, con cui l'uomo qualunque guarda ai giochi di potere, alle oscillazioni dell'economia, alle evoluzioni incredibili della politica, ai giochi di prestigio dell'autorità che appare e scompare secondo convenienza, alle leggi che vengono adattate alle esigenze più triviali, alle disparità sociali, e via seguendo in questo pazzo, pazzo, pazzo mondo di cui le follie dipinte da Musante non sono che una bonaria traduzione fantasiosa. L'illogicità è la sua logica corrente. Ma, ripeto, bisogna stare attenti: se un giorno Musante v'invitasse a giocare Battaglie Navali, siate certi che (ultima barca ad affondare non sarà la sua. |
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Renzo Margonari |